Vivek Murthy: come risolvere l'epidemia di solitudine al lavoro
Ho parlato con Vivek Murthy, 19esimo Chirurgo Generale degli Stati Uniti dal 15 Dicembre 2014 al 21 Aprile 2017, a proposito del suo recente articolo pubblicato su "Harvard Business Review", in cui si è trattato dell’epidemia di solitudine, di come le aziende possano ridurla sul posto di lavoro, della sua esperienza diretta come testimone del problema nel Paese e dei suoi consigli più importanti per la carriera.
Come Dottore d’America, Murthy ha portato avanti iniziative per far fronte ai problemi di salute più urgenti del Paese. Ha scelto alcune aree su cui focalizzarsi, in particolare quelle emerse dalle segnalazioni dei cittadini durante il suo iniziale tour di ascolto. Oltre al ruolo di Dottore d’America, in qualità di Vice Direttore Generale della Pubblica Sanità Americana, Murthy ha diretto un “esercito” di 6.600 pubblici ufficiali della sanità attivi per aiutare popolazioni trascurate e vulnerabili in più di 800 città, sia in patria che all’estero. Ha lavorato con centinaia di ufficiali incaricati di rafforzare il corpo sanitario e proteggere la nazione da Ebola e Zinka, nonché di rispondere alla crisi idrica della città di Flint, di gestire le situazioni dei più potenti uragani e dei frequenti tagli all’assistenza sanitaria delle comunità rurali.
Dan Schawbel: In base al tuo recente articolo pubblicato su Harvard Business Review, perché pensi che stiamo affrontando un’epidemia di solitudine e che impatto sta avendo sui luoghi di lavoro?
Vivek Murthy: Viviamo nell’era più connessa tecnologicamente della storia della civilizzazione e nonostante ciò la solitudine sta aumentando. Questo trend è andato crescendo nel corso degli anni ma, tuttavia, solo adesso ci stiamo rendendo conto del suo impatto. Ci sono diversi fattori in atto.
Primo: la mobilità geografica è aumentata, portando molte più persone a spostarsi lontano da casa e a vivere separate dalle proprie famiglie e amici. In base ai dati raccolti, in questi ultimi anni si è raggiunto il numero più alto di persone che vivono da sole da quando si è iniziata a registrare questa informazione.
Secondo: la tecnologia ha influito molto. Nonostante io creda fermamente nel potere della tecnologia per rinforzare le connessioni quando utilizzata in maniera corretta, per troppe persone i social media hanno portato a preferire le connessioni on line piuttosto che off line (non sono equivalenti). Le nostre città sono colme di persone con centinaia di amici su Facebook e LinkedIn ma che si sentono profondamente sole.
Inoltre, tutte le volte che scegliamo di inviare un sms piuttosto che parlare al telefono, o inviare una mail a qualcuno nella nostra stessa stanza piuttosto che parlargli di persona, aumentiamo sempre più la distanza tra noi e gli altri. Nonostante ci siano momenti in cui sia più semplice ed efficiente inviare messaggi o email, dobbiamo chiederci se siamo giunti ad un punto in cui stiamo pagando un prezzo troppo alto, in termini di isolamento sociale.
Terzo: il modo in cui il mondo del lavoro si sta evolvendo, porta sempre più a distruggere la stabilità delle nostre relazioni. Nella nostra cultura costantemente connessa, gli orari di lavoro si stanno riversando sempre più sulle sere, i fine settimana, i periodi di vacanza – diminuendo il tempo che prima era dedicato alla famiglia e agli amici. E più tempo al lavoro non significa necessariamente più interazioni con i colleghi. Per quanti benefici possa portare, il telelavoro aumenta il rischio di essere disconnnessi perché riduce le opportunità di interagire faccia a faccia.
Anche in ufficio, le persone siedono in open-space luminosi e spaziosi, ma tutte fissano lo schermo del computer o partecipano a riunioni mirate e specifiche, dove l’opportunità di connettersi a livello umano è scarsa.
Solitudine e interazioni sociali deboli sono associate ad una riduzione della durata media della vita simile a quella causata dal fumare 15 sigarette al giorno, e addirittura maggiore di quella associata all’obesità.
Inoltre l’isolamento è collegato anche all’insorgere di un maggior rischio di problemi cardiovascolari, demenza, depressione e ansia. Al lavoro, la solitudine riduce la performance, limita la creatività e danneggia altri aspetti funzionali come la capacità di ragionamento e di prendere decisioni. Per la nostra salute e il nostro lavoro, è obbligatorio quindi affrontare questa “epidemia di solitudine” molto velocemente.
SCHAWBEL: In che modo le aziende possono ridurre l’isolamento dei dipendenti e in che modo questi ultimi possono affrontare il discorso con i propri superiori?
MURTHY: Le imprese possono iniziare valutando lo stato delle connessioni nel proprio luogo di lavoro. Alcune delle domande da porgere ai propri dipendenti possono essere: Credi che i tuoi colleghi si interessino e si prendano cura di te? Credi che nella tua azienda ci sia una cultura che supporti il dare e ricevere affetto e gentilezza? I tuoi colleghi capiscono chi sei fuori dal tuo ruolo lavorativo?
In più, si può costruire una cultura aziendale in cui i leader siano di esempio e seguano e supportino le seguenti azioni:
Rafforzare le connessioni sociali sul posto di lavoro deve essere una priorità strategica e può avvenire solo se tutti i livelli dell'azienda sono impegnati a costruire una cultura che metta al primo posto le connessioni sociali.
SCHAWBEL: Puoi parlarci della tua esperienza in prima persona come testimone della cosiddetta "epidemia di solitudine" lavorando come Chirurgo Generale degli Stati Uniti? Perchè questo argomento è così importante per te?
MURTHY: Il disturbo più comune che ho visto, come dottore, non erano cardiopatie o diabete, ma solitudine. Solitudine portata da una mancanza di relazioni, di significato e di autostima. Visitando grandi e piccole città lungo il Paese, ho notato che molte persone soffrivano di problemi derivanti da diversi fattori, tra cui malattie croniche, violenze, dipendenze e difficoltà economiche. E nonostante sapessero che altre persone stavano vivendo o avevano vissuto esperienze simili, si sentivano profondamente sole. E questa condizione si verificava indipendentemente dalla classe economica-sociale, dal luogo geografico o dall'età. Inoltre, c'era un pregiudizio attorno alla solitudine che faceva sentire le pesone in imbarazzo ad ammettere di soffrirne. Le faceva sentire inadeguate ed immeritevoli di amore.
Allo stesso tempo, stavo sviluppando un apprezzamento molto più profondo nei confronti della scienza che sta dietro alla solitudine e che ci dice che questa condizione mette il nostro corpo in uno stato di stress cronico, che porta quindi a maggiori livelli di cortisolo ed elevati livelli di infiammazione che danneggiano i nostri tessuti aumentando il rischio di malattie come il cancro. Non è una sorpresa che la solitudine sia associata ad una riduzione della prospettiva di vita, a problemi cardiovascolari, demenza, ansia e depressione. E' anche associata ad un minor coinvolgimento e una minore produttività sul posto di lavoro.
Ogni tanto temo che si siano persi di vista i bisogni fondamentali che ognuno di noi ha nei confronti delle relazioni umane. In una società che tende a premiare l'individuo piuttosto che la collettività, emerge che gli individui non possono sentirsi veramente completi o soddisfatti l'uno senza l'altro.
Questo argomento mi tocca personalmente perchè mi sono sentito solo per molti anni da ragazzo, ma mi vergognavo ad ammetterlo con la mia famiglia o gli insegnanti. Voglio che le persone sappiano che se si sentono sole, non sono le sole a provare questa sensazione. E se non sei solo, c'è una forte possibilità che qualcuno che conosci lo sia. La realtà è questa: il mondo sta soffrendo di un'epidemia di solitudine. E' nostro compito fare quello che possiamo nelle nostre famiglie, nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle aziende, per ricostruire delle relazioni sociali forti, che sono le fondamenta per una società sana e forte.
SCHAWBEL: Quali sono i tuoi tre consigli principali per la carriera?
MURTHY: